Posts Tagged ‘Mario Monti’

È macelleria sociale ma non si dice

9 luglio 2012

Autore: Thomas Bjørkan

Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, commentando la revisione di spesa, spending review secondo il barbarismo anglofono, ha detto: “E’ un primo passo nella direzione giusta” ma “dobbiamo evitare la macelleria sociale”.

Apriti cielo! Subito il sobrio Monti, col suo sobrio borghese vocabolario, ha ripreso il povero Squinzi, accusandolo quasi di essere il responsabile dell’ascesa inarrestabile dello spread: «Dichiarazioni di questo tipo, come è avvenuto nei mesi scorsi, fanno aumentare lo spread e i tassi a carico non solo del debito ma anche delle imprese, e quindi invito a non fare danno alle imprese». A dargli man forte è arrivato anche il Luca Cordero di Montezemolo: «Dichiarazioni come quelle di Squinzi, sia nel merito che nel linguaggio, non si addicono a un presidente di Confindustria, fanno male e sono certo che non esprimono la linea di una Confindustria civile e responsabile». (more…)

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Ratzinger come Vasco, ma senza inediti

3 giugno 2012

Foto di HeNRyKus

Adunata oceanica al Parco di Bresso per la tournée di Josef Ratzinger. Un happening che si ripete da anni, un Incontro mondiale delle Famiglie che sa molto di concerto rock, di chiamata, di presenza dovuta, di festa con intrattenimento. I temi sono sempre gli stessi: “La famiglia è fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna”, “Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche con proprie e complementari caratteristiche”, “Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire società dal volto umano”, “un pensiero ai fedeli che, pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di separazione. (more…)

Il dolce stil novo di Mario Monti

28 febbraio 2012

Fonte: Financial Times

Da più parti, dopo la debacle del governo Berlusconi, si è esultato al cambiamento legato al nuovo Primo Ministro, neo Senatore a vita, nonché presidente della Bocconi di Milano, prof. Mario Monti. Sicuramente i due personaggi non sono sovrapponibili per immagine: l’austerità comportamentale di Monti sembra piuttosto emergere dal grigiore delle stanze di via del Gesù e la disinvoltura, personale ed istituzionale, di Berlusconi sempre essere relegata ad un passato orgiastico da tardo impero romano. Minori sono invece le distanze da un punto di vista ideale: entrambi nutrono una speciale venerazione per i ricchi (da parvenu quella berlusconiana, di stampo calvinista quella montiana) ed entrambi hanno progetti tendenzialmente classisti. Chi sia Berlusconi lo sappiamo tutti fin troppo bene e gli effetti del suo operato si faranno ancora sentire per decenni; chi sia Monti resta invece per molti un mistero, al pari di quelli di Fatima.
L’Italia ha la caratteristica di aspettare da sempre l’Uomo della Provvidenza, colui che è, per togliere le castagne dal fuoco e per ridare un minimo di equilibro ad una situazione in gran parte disastrata e in questo frangente storico il ruolo lasciato vacante da Berlusconi è momentaneamente ricoperto dal prof. Monti. Del prestigio internazionale di Monti non sta certo a me parlarne, così come della serietà del personaggio e della sua carriera accademica.
Su alcuni aspetti però credo che siano necessarie delle puntualizzazioni. Qual è la visione economica di questo Primo ministro? A quali teorie economiche fa riferimento? A favorire quali classi sociali mira il suo agire?
Che la prospettiva economica di Monti sia quella liberista (magari regolata) credo sia chiara a tutti e i primi atti del suo governo muovono chiaramente nella direzione di togliere le pastoie al mondo della produzione, alleggerendo i costi del sistema pensionistico e agendo in maniera energica sulla regolamentazione del lavoro. Per far passare queste sue azioni si è avvalso della precarietà dell’immagine internazionale dell’Italia sui mercati e della spalla offerta dalla lettera (a firma Merkel?) che ingiungeva all’Italia una ristrutturazione del debito e una serie riforme e controriforme per poter usufruire del credito europeo (elegantemente: della fiducia dell’UE). Dal punto di vista mediatico, il prof. Monti ha subito mostrato di non aver niente da invidiare al suo predecessore ed ha cominciato a parlare di sacrifici ed equità. Sul versante politico ha avuto carta bianca, vista l’inadeguatezza dei partiti politici di maggioranza e minoranza, e la scarsa levatura della rappresentanza parlamentare. Una delle frasi più utilizzate in questi mesi è “bisogna colpire i privilegi”. È uno degli slogan meglio costruiti negli ultimi decenni. Chi non condivide il senso di quanto ripetuto in ogni occasione dai ministri e sottoministri montiani? C’è però una piccola questione linguistico-sociale. Dai dizionari sappiamo che “privilegio” significa: diritto, facoltà, vantaggio particolare di cui gode una persona, una categoria o una classe di persone e questo è abbastanza chiaro. Nel sentire comune i privilegiati sono coloro che vivono nel lusso, che vivono di rendita, che si sottraggono alle leggi, che non rispondono delle loro azioni. Nel sentire della compagine governativa i privilegiati sono invece i pensionati, coloro che aspirano ad andarci, i lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato. Anche l’idea stessa di diritti sociali sembra avere una particolare accezione: per non so quale alchimia bocconiana, non potendosi estendere a tutti determinati diritti, vanno tolti a tutti. E questo agire viene chiamato riformistico. Non solo, il dibattito aperto sul contratto sindacale nazionale, sul suo superamento sembra puntare decisamente in una direzione: sottrarre parte dei diritti dei lavoratori (leggasi come sinonimo di privilegiati) per diminuire il già basso costo del lavoro. Circa un secolo fa, c’era in Italia un politico (discutibilissimo sotto molti aspetti) che si richiamava al pensiero liberale e che era convinto che concedere diritti ai lavoratori, insieme a miglioramenti salariali, avrebbe portato ad una crescita complessiva dell’Italia. Ed in parte la storia gli ha dato ragione. Ora per quale motivo si intraprende un cammino inverso? Non serve più l’aumento del monte-salari per rilanciare i consumi e di conseguenza la produzione? È una legge dell’economia superata?
Il timore è che quello che si sta pontificando punti ad altro. Un regime di bassi salari (possibilmente non contrattati su scala nazionale o in deroga ad essi) finirebbe per rendere concorrenziali i prodotti italiani sui mercati esteri garantendo ai possessori dei mezzi di produzione (capitale) alti profitti e spingendo i lavoratori italici verso regimi salariali di tipo est-europeo. Sarebbe l’ennesimo tentativo di un “boom italiano” costruito sui bassi salari, bassi consumi e alti o altissimi profitti.
Che il governo Monti operi in direzione e per conto del grande capitale sembra evidente a tutti (basti pensare che la patrimoniale si è ridotta alla reintroduzione della famigerata Ici – ora Imu – sulla prima casa, mirante quindi a colpire in maniera forte i ceti più deboli), così come è evidente che l’ideologia economica sottesa è quella liberista. Ma non è il liberismo il responsabile della catastrofe economica planetaria? Non è la presunta mano invisibile del mercato che ci sta trascinando nella povertà? Non è responsabilità dei grandi gruppi economici e finanziari che ha prodotto una globalizzazione dei mercati che finisce per riportare le condizioni dei lavoratori al tardo Settecento?
Naturalmente per far passare tutto questo in nome della tanto ventilata “equità” il governo Monti si serve di straordinari strumenti di propaganda quali le televisioni e la stampa cosiddetta indipendente che giustificano l’ingiustificabile col solito ritornello: “lo chiede l’Europa”, “lo chiedono i mercati”.
Un tempo il pericolo veniva dalla “perfida Albione”, oggi la minaccia viene da tutto ciò che avrebbe dovuto spalancarci le porte di un futuro di “magnifiche sorti e progressive”.