Posts Tagged ‘lavoro’

Alta produttività di Ulde(rico Sbarra)

20 giugno 2021

Deregolare gli appalti di Ulde(rico Sbarra)

25 Maggio 2021
Deregolare gli appalti: “la leggerezza del profitto ad ogni costo”.

Torna la realtà e brucia gli occhi

24 marzo 2021

La pandemia ha fatto saltare il coperchio che da tempo ballava mostrando una realtà che i politicanti di quasi tutto il pianeta da decenni si affannavano a negare, a nascondere sotto un fetido ottimismo. Le nostre civiltà – così evolute, pulite, democratiche, politicamente corrette – si sono scoperte con milioni di poveri, di sfruttati, di schiavizzati che per sopravvivere devono subire umiliazioni quotidiane inferte non più dai famigerati capireparto di fabbriche novecentesche ma dagli algoritmi che li hanno sostituiti. Algoritmi che stabiliscono ritmi e produttività, che non tollerano malori e momentanei cedimenti fisici e che irrogano sanzioni con un semplice sms, fino ad arrivare ad escludere dal rapporto lavorativo (non si usa più il desueto licenziare, ma non rinnovare il contratto a tempo determinato, interrompere il rapporto in maniera unilaterale oppure non si è più chiamati – del resto molti sono lavori non contrattualizzati in alcun modo). Ecco il lavoro sporco lo fa l’algoritmo: lui stabilisce chi deve lavorare, quando deve farlo, per quante ore, quanto deve produrre, quando e se può espletare un qualche bisogno fisiologico. L’algoritmo ha esautorato i quadri intermedi, quelli che decidevano del futuro occupazionale delle maestranze. I dirigenti, sempre più fantozzianamente assenti, inavvicinabili, avvolti da un alone di sacralità, semidei che hanno fatto del profitto (altro termine reso desueto dai media controllati) e dello sfruttamento la loro mission, non si perdono in queste beghe di gente bulleggiata dagli algoritmi, loro sono intenti a pubblicizzare un futuro senza inquinamento, dominato dall’armonia universale, in nome di principi che sono volatili e destinati ad essere riadattati al mutare del vento. Padroni (termine politicamente scorretto) spietati con gli ultimi, da cui traggono immensi profitti, e illuminati da visioni celestiali, sempre più onnipresenti, onniscienti e onnivori. Giocano, questi padroni guardati con estrema simpatia dalle destre e dalle pseudo sinistre del pianeta, con le leggi dei singoli stati, ci giocano, le raggirano, determinano il successo o la sconfitta di determinati energumeni, impongono politiche fiscali e sociali, e con nonchalance dominano e governano il mondo.

Chi può dare rappresentanza e cittadinanza politica a questi milioni di uomini (il numero è in costante e preoccupante aumento) presi negli ingranaggi degli algoritmi? Una sinistra (parlo di sinistra perché so bene che la destra è artefice di tutto questo meccanismo: una destra bifronte, muscolare a volte, atre sorridente e ammiccante) che sappia farsi portavoce dei lavoratori, che abbia una visione del mondo non asservita alla logica liberista? Io purtroppo non la vedo. Vedo coloro che si definiscono uomini di Sinistra discutere di marxismo tra un sushi e una fettina di pata negra, tra un rigurgito di lotta di classe e una discussione colta sull’ultimo Sanremo o sullo Strega. Marxisti da salotto che fanno a gara a chi è più rivoluzionario nelle discussioni del fine settimana, dal lunedì ricomincia la lotta per le carriere, per la visibilità sui media, ecc.

In Italia poi abbiamo un partito, il Pd, che si dice di Centrosinistra, un vino annacquato abbondantemente, un partito di e per piccolo borghesi che hanno abbracciato la fede liberista sulla via di Damasco, una strana creatura degna de “Il libro degli esseri immaginari” di Borges, nata dall’innesto di quel che restava del Pci e della Dc alla pianta ultraliberista. Poi abbiamo le ramificazioni del nulla che portano avanti delle strenue lotte per raggiungere il traguardo dell’autoannientamento. Il buio fondo, insomma.

Per concludere, la pandemia ci ha anche mostrato come il mondo occidentale – nonostante la sua presunzione – sia ostaggio di sistemi come quello cinese. Abbiamo smesso di produrre ed è bastata l’emergenza mascherine, nella primavera del 2020, per gettarci nel caos. Ci siamo accorti che non eravamo più in grado nemmeno di produrre mascherine e gel disinfettanti. Deindustrializzare non significa diventare un paese di consumatori felice ma significa diventare un paese impoverito nelle strutture produttive e dilaniato in quelle sociali.

Lavoro addio!

31 dicembre 2016

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La crisi economica planetaria, di cui ancora portiamo addosso ferite sanguinanti, ha avuto come principale conseguenza una diffusa deindustrializzazione in molti paesi del cosiddetto “Occidente” (occidente=occasus “declino, rovina” per dirla con Nietzsche) e a seguire una disoccupazione di massa, un deprezzamento del lavoro e, ça va sans dire, una perdita irreparabile dei diritti dei lavoratori. Che le politiche messe in atto in Europa e nel resto dell’Occidente (rigore contabile, tagli allo stato sociale, ultraliberalizzazione e interventi statali per tamponare le falle di un capitalismo rapace quanto privo di prospettive) siano state inefficaci è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo paesi – vedasi la Grecia, ma anche l’Italia sembra avviata nella stessa direzione – ridotti a vuoti simulacri, svuotati di speranza e immiseriti, in balìa di classi dirigenti corrotte e prive di scrupoli, completamente avulse dalla realtà effettuale; paesi che hanno come sola prospettiva – fermo restando il quadro politico internazionale – il sopravvivere all’istante. (more…)

Trent’anni alla catena come un cane

10 dicembre 2012

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Trent’anni alla catena come un cane, poi altri dieci, e altri ancora
fino a considerarla una seconda pelle, una casa che ti urla e stritola
la mente, entrandoti nella carne, nelle nervature, nelle scapole,
nel sangue: un tarlo che scava gallerie tra le idee, i gesti e le parole.
Sciolto poi da ogni mansione, con il niente che ti screpola le mani,
che ti entra nelle file d’ambulatorio su per i calzoni, come un getto
d’olio bruciato, come un errore circolatorio in vene ingrossate
a dismisura, fiumi in piena pulsanti, con gli odori che ti passano
dalla bocca al naso con un tonfo ritmico, un passaggio ripetuto
mille volte in otto ore, un passaggio di caffè e mezza sigaretta
e qualche imprecazione, qualche bestemmia da distribuire a caso
tra le righe azzurre e rosse del calendario. Trent’anni con la catena
a tiro, controllato da cani metallici, da bipedi cani che scrivono (more…)

Basta ferie! “I sacrifici devono farli quelli che sono abituati a farli”

18 giugno 2012

Josefa de Ayala, The Sacrificial Lamb

Il desueto articolo 36 della Costituzione della Repubblica Italiana suona così: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. Certamente non può ignorarlo il Sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo e infatti, ligio al dettato costituzionale, ha proposto non l’abolizione delle ferie bensì la riduzione di una settimana per avere un aumento del PIL dell’uno per cento. E addirittura i sindacati, sempre secondo il sottosegretario: «devo dire che non sono contrari a questa ipotesi, almeno la parte più avveduta del sindacato che sta riflettendo per conto suo su questo; all’interno di tutte le sigle, compresa la Cgil, ci sono settori illuminati e riformisti che vi ci stanno ragionando». (more…)

Dal vivere senza lavorare al sopravvivere senza un lavoro

23 Maggio 2012

Foto di Victuallers

Per un ventennio – il secondo tragico Ventennio della nostra breve storia – ci è stato detto che per vivere bene non c’era alcun bisogno di lavorare come avevano fatto i nostri genitori e i nostri nonni. La ricchezza veniva dal cielo – lo sterco del demonio era diventato un’elargizione celeste – bastava investire in azioni, obbligazioni e il moltiplicatore divino trasformava pochi spiccioli in capitali consistenti. Le vecchie professioni, antiestetiche e poco redditizie (operaio, agricoltore, muratore, ecc.), erano poi da considerarsi “roba da negher, da baluba, da terun, da sfigati”. (more…)

Lavoratori tiè!

21 marzo 2012

Foto di Ananth BS

Cari lavoratori, che vi alzate prima dell’alba e attraversate le grigie periferie per trascorrere le ore di luce tra macchine, catene di montaggio, rumori infernali, vi abbiamo finalmente scoperti! Siete voi i privilegiati di questo paese, voi che ricevete un salario che supera a volte anche i mille, mille duecento euro al mese, siete voi che avete provocato lo sfascio del paese. Il vostro attaccamento accanito al “posto fisso”, ai dieci minuti di decompressione, addirittura alle ferie pagate, al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa è in questi tempi un privilegio che non possiamo permetterci. Addirittura pretendevate di andare in pensione a 60 anni o poco più e sollazzarvi al sole con vitalizi di 600- 700 o addirittura 1000 euro al mese. Possiamo permetterci di dare 1000 euro al mese ad un individuo che ha iniziato a lavorare a 14 anni e che per più di quarant’anni non ha fatto che un solo lavoro? Ma dove credete di essere? Nel Bengodi? Poi, e questo è inaccettabile, pretendereste di far studiare i figli, far crescere generazioni che cercano di scalzare dal potere i legittimi detentori, quelli che da generazioni si tramandano professioni di responsabilità e che richiedono una fedeltà ossequiosa ad antiche tradizioni? Per fortuna che con il nuovo governo tecnico questi privilegi son finiti ed anche una parte notevole dei vostri mentori hanno finito per capire che le vostre prerogative classiste non hanno più senso. Ed è bene che la parte più illuminata del sindacato abbia scelto di mettere fine a questa dittatura del proletariato. Finalmente, sciolto dai legami antistorici dei diritti dei lavoratori, la produzione potrà riprendere a prosperare come in India, come in Cina!
Capitalisti di tutto il mondo, gioite, dall’inferno dei diritti si è finalmente usciti!

Quando muore un operaio

2 febbraio 2012

Riporta il Corriere della Sera di oggi:

“Un faticoso compromesso tra i 27 Paesi dell’Unione europea ha permesso di dare il via libera a Lussemburgo alla direttiva sull’orario di lavoro, dopo anni di tentativi falliti. Ora la battaglia, tuttavia, sembra spostarsi al Parlamento europeo, dopo le critiche già avanzate dai sindacati che hanno giudicato la norma «inaccettabile», e le riserve dei partiti della sinistra. L’intesa lascia il limite massimo di lavoro settimanale a 48 ore a meno che lo stesso lavoratore scelga altrimenti (opt out). In questo caso, comunque, la durata massima del lavoro settimanale potrà raggiungere le 60 o al massimo 65 ore, se il periodo inattivo dei turni di guardia viene considerato orario di lavoro. Le norme sono applicabili a quei contratti che superano le dieci settimane. I ministri si sono trovati d’accordo anche sulla normativa per le agenzie di lavoro temporaneo, stabilendo, tra l’altro, parità di trattamento per retribuzione, congedo e maternità” (Trovato l’accordo: «Nella Ue si può lavorare fino a 48 ore alla settimana»).

Se otto ore vi sembran poche,
provate voi a lavorare
e troverete la differenza
di lavorar e di comandar.

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