Posts Tagged ‘Enrico Cerquiglini’

Afghanistan, disinformazione e ignoranza

28 agosto 2021

Il modo in cui in questi venti anni è stato raccontato l’Afghanistan, la guerra, l’occupazione del paese, la lotta ai taliban, la semina della democrazia (copyright american-consumistico-occidentale), la laicizzazione, ecc. somiglia molto alle supercazzole di Amici miei, manca sono “come se fosse Antani”, o forse c’è ma è stato mal tradotto. La sconfitta non è solo militare, quello ci potrebbe stare, ma è la sconfitta della narrazione occidentale, dei tromboni della grande stampa occidentale, dell’informazione ridotta a bollettino della propaganda unificata. E vedere oggi questi giganti del pensiero confondere e considerare termini come Taliban, al-Qaeda, Isis alla stregua di sinonimi fa sorridere amaramente, ma visto che ci sono i morti dilaniati più che sorridere fa incaxxare, e non poco. Come fanno incaxxare tutte le stupidaggini che ci propinano per mettere una pezza alla disinformazione sistematica a cui abbiamo assistito.

L’Occidente e l’Afghanistan

17 agosto 2021

In queste ore in Afghanistan si sta scrivendo una storia che rischia di scompaginare l’intero Occidente. Ogni paragone con il Vietnam – a parte le dinamiche della fuga degli americani – è privo di fondamento, perché in Afghanistan si sta verificando qualcosa non previsto dall’ottimismo seriale del liberismo occidentale. Molti, nel passato, hanno dovuto levare le tende dall’Afghanistan lasciando sul terreno morti e onore (basta ricordare gli inglesi ed i sovietici), ma nel presente l’ottimismo a stelle e strisce supportato dalle nazioni europee ha subito una sconfitta senza precedenti – e la cosa non riguarda il piano militare. Ciò che nel passato era riuscito abbastanza agevolmente agli americani, cioè l’addomesticamento culturale attraverso la leva del consumismo e la distruzione o la trasformazione di valori arcaici e tradizioni (vedasi i casi di Italia, Germania e Giappone dopo la seconda guerra mondiale e subito dopo quello della Corea del Sud), non è accaduto in Afghanistan e non sta accadendo in Iraq. Per quanto riguarda il Vietnam, gli Stati Uniti lasciarono il campo ma ciò che sostituì il loro potere non fu affatto un’ideologia arcaica ma un’ideologia, quella marxista, che affondava le sue radici su principi economici, uguali e/o contrari a quelli del capitalismo: la stessa medaglia. Quindi una sconfitta militare e solo in parte economica (cosa è stato del Vietnam è sotto gli occhi di tutti). Ma in Afghanistan le cose sono andate molto, ma molto diversamente.  

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Rilettura di Tempo di uccidere di Ennio Flaiano

1 agosto 2021

Ho riletto con grande interesse il romanzo Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Della prima lettura, risalente ai tempi del liceo, fine anni Settanta, conservavo un senso di inquietudine accompagnato da qualche pregiudizio politico che aveva reso il romanzo qualcosa di incompiuto, di ideologicamente ambiguo. La rilettura di questi giorni mi ha invece portato a scoprire pagine davvero ragguardevoli. La vicenda – narrata in prima persona dal protagonista, elemento da non trascurare – è ambientata durante la guerra d’Abissinia e ci propone un protagonista che non assurge mai al ruolo di eroe, anzi è addirittura privo di nome in un mondo in cui tutti, bene o male, un nome se lo portano addosso. L’assenza di nome si accompagna a quella di qualità: non è onesto, non è fedele, non è solidale, è vigliacco e terrorizzato dal mondo che non conosce, non ha rispetto per nessuno, in fondo nemmeno per se stesso. Il protagonista, assalito da un fortissimo mal di denti, abbandona l’autista del camion che è finito fuori strada e per cercare di raggiungere al più presto una città e trovare un dentista che gli possa estirpare il dente e con esso il dolore. Nel percorrere una scorciatoia, indicatagli da un operaio, finisce per incontrare Mariam, una giovane ed avvenente abissina che si sta bagnando nelle acque di un torrente. Il tenente – questo è il grado del protagonista – ha in Italia una moglie che ribadisce più volte di amare e nello zaino porta le lettere di questa corrispondenza amorosa, ma questo amore non gli impedisce di desiderare fino allo stupro la giovane indigena. Uno stupro che il tenente-narratore quasi cerca di giustificare in un presunto gioco di ruolo in cui la donna deve inizialmente negarsi e l’uomo forzarne la resistenza. Da questa violenza nasce una qualche forma di rapporto decisamente sbilanciato, in cui l’uomo, bianco e colonizzatore, ha un ruolo decisamente dominante e determinante. Più volte afferma, dopo il rapporto, di volersene andare (ottenuto il piacere nulla teoricamente lo lega alla ragazza). Avvinto dalla bellezza della donna, finiscono per passare insieme la notte, sulla scorciatoia, vicino al fiume, non lontano dalla boscaglia. Nella notte un rumore di un animale attira la sua attenzione. Impaurito impugna la pistola e segue il rumore e finisce per sparare più colpi all’ombra. Un colpo almeno, rimbalzando su un masso finisce per colpire Mariam al ventre. La ferita è devastante, almeno nel racconto del tenente, e la sofferenza della ragazza sembra essere insopportabile. A questo punto il tenente prende una decisione terribile: le sparerà un colpo di grazia per mettere fine alle sue sofferenze. Lo farà coprendole il viso col bianco turbante che portava avvolto in testa. Dopo l’omicidio, getterà il cadavere in un crepaccio e lo ricoprirà di pietre e di arbusti per impedire alle iene e agli eventuali soldati di passaggio di scoprire il cadavere e la dinamica della morte della giovane.

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La statua di Pessoa di Enrico Cerquiglini

5 giugno 2021

Neanche un bicchiere nella mano di Fernando

quasi fosse un astemio

alle prese con una conversazione

con dame d’altri tempi

(invano Cecilia attende

da sempre per due e più ore

ben sapendo che passerà

da quelle parti – prima o poi –

magari nei panni ambigui

di Álvaro de Campos

nella grazia scomposta

di Alberto Caeiro

nell’inquietudine impiegatizia

di Bernardo Soares

o sottobraccio a Ofélia – affascinante

nel suo vestito da passeggio).

Ma forse intorno

la moltitudine dell’ego

lo sottrae – per una volta – da un amore

che galleggia tremando

– e tremendo –

nel copo de vinho

e nella sera segnata

da una profonda eterna

La poesia necessaria di Carmine De Falco

3 giugno 2021

Recensione di Enrico Cerquiglini

No, Meduse di Dohrn non è un libro facile, consolante e rassicurante. È invece quel pugno in testa che Kafka chiedeva ad un libro per svegliarci. Per svegliarci dal sonno in cui siamo caduti, vittime degli effetti speciali che hanno finito per trasformare la vita in una fiction girata da registi sadici e interpretata da attori non professionisti (ma attenti cultori del sé) e da cyborg sempre più macchina, sempre meno umani, sempre più vicini ad affrancarsi dal corpo come trappola di sensi e sentimenti, sempre più pura ragione destinata ad autoriprodursi, a continuarsi oltre le obsolete regioni della morte, come la medusa di Dohrn del titolo.

In questa raccolta Carmine De Falco ha unito tre sezioni (Poesie dei dopo disastri annunciati, Quadre danesi e Sature) che rappresentano fasi diverse di scrittura e contenuti. Nelle Poesie dei dopo disastri annunciati troviamo la realtà distopica del prossimo futuro, che si sviluppa dalle attuali contraddizioni irrisolte: la tendenza umana a rimandare le decisioni importanti, a non rinunciare al dannoso superfluo, a sottovalutare la portata di fenomeni già in atto e destinati a diventare nei prossimi decenni incubi quotidiani con cui convivere, tra adattamento (fin dove è possibile) e proiezione apocalittica del post-umano.

Pagine: 1 2

bastava fermarsi prima di sera

14 Maggio 2021

bastava fermarsi prima di sera

magari ridere delle maschere

indossate dai buffoni in parata

alzare il volume della musica

fino a veder crollare le certezze

tra vecchie palazzine popolari

e vicoli con resti del banchetto

offerto dall’ipocrisia del rito   

Il lupo e i lupacchiotti

12 Maggio 2021

Al dileguarsi del sonno, prima dell’alba, segna il buio che si rischiara il latrato di una torma di cani, quasi cacciassero in eterno, sul monte che nasconde Lucca ai pisani, il lupo e i lupacchiotti. Non ho visto la torma azzannare la preda inseguita, non c’erano cani sul monte, solo nelle valli ancora avvolte dalle ombre notturne echeggiava e si spandeva il latrato destinato a dissolversi con la luce. E nel silenzio improvviso una nube sembrò sollevare la bocca dal fiero pasto.

Apri! Chiudi! Le mosche! Il Flit!

22 aprile 2021

Tragedia in tre atti

PRIMO ATTO

S: «Apri la finestra!»

T: «No!»

S: «Perché no?»

T: «Perché entrano le mosche.»

S: «Usa il Flit.»

T: «È fuori commercio da anni.»

S: «Apri la finestra!»

T: «Quanto la vuoi aperta?»

S: «Cinque minuti.»

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Vivere in economia, da “Qualcosa è andato storto”

18 dicembre 2020

Un brano tratto da “Qualcosa è andato storto” (Porto Seguro Editore, 2019 – € 15,90)

Da quarant’anni svolgeva la medesima mansione in un’azienda privata: contabile, scrupoloso e puntuale, pronto a fermarsi ben oltre l’orario di lavoro, e mai assente. Gli unici giorni che lo allontanarono dal lavoro furono quelli necessari per lo svolgimento dei funerali dei genitori: due giorni in tutto, lo stretto necessario. La sua vita era ristretta al dovere del lavoro e tutta tesa al risparmio. Non che venisse da una famiglia povera, ma da “gente parsimoniosa”, come diceva lui, che negli anni, anche grazie alle attività truffaldine del padre, aveva accumulato un discreto capitale che, diligentemente, era stato investito nel mattone (antica saggezza!) e garantiva una cospicua rendita. Il padre glielo diceva spesso: «Bisogna risparmiare perché nella vita può capitare sempre una disgrazia o una brutta vecchiaia», e lui aveva messo in pratica il consiglio paterno e lo aveva stampato a chiare lettere nella coscienza. Da ragazzo si era follemente innamorato di una biondina amante del divertimento e della bella vita. Fu il padre a farlo ragionare: «Questa nel giro di pochi anni ti lascia senza una lira. Le donne non conoscono il valore dei soldi, basta che spendono. Tu devi trovarne una come tua madre: non è bella, ma sa come si manda avanti una casa e non butta via i soldi». In effetti la madre era una donna allineata al pensiero del padre, non sperperava, indossava da sempre gli stessi vestiti, non acquistava se non l’indispensabile e non era fanatica delle mode e dei viaggi: una brava massaia, si sarebbe detto con termini un po’ antiquati.

Cercò nel corso della vita di approcciarsi ad altre donne, ma nessuna era come sua madre: chi amava il lusso, chi le vacanze esotiche, chi le auto sportive, chi i ristoranti e il ballo… Un vero sperpero.

Odiava i ristoranti lui! Non si sa cosa ti danno da mangiare e ti fanno pagare un occhio della testa! Preferiva, ora che era rimasto solo, mangiare il poco che gli dava l’orto, un po’ di pasta in bianco e, nelle occasioni, un po’ di carne in scatola. Ogni settimana, il venerdì sera, si concedeva il lusso di una trasgressione: mercenaria e a basso costo. Si toglieva la voglia, pagava il pattuito, e non aveva tra le scatole scialacquatrici di sorta.

Quando la sera si buttava sul vecchio letto, se non prendeva sonno subito, come di solito, ripassava mentalmente i suoi averi: “Sei negozi, ventidue appartamenti, la villa sui colli, le quattro vigne, il ristorante al mare… Sei negozi, ventidue appartamenti, la villa sui colli, le quattro vigne, il ristorante al mare… Sei negozi, ventidue appartamenti, la villa sui colli, le quattro vigne, il ristorante al mare…”.

Il libro è disponibile sul sito della casa editrice Porto Seguro Editore

sugli store Amazon, Feltrinelli, Ibs, Libreriauniversitaria, Mondadori store, Libraccio e Unilibro.

Si può ordinare in tutte le librerie.

La disdetta

6 settembre 2020

da “Qualcosa è andato storto”, Porto Seguro editore, 2019

Era molto piccolo quando il padre ricevette la di­sdetta dal padrone. Caricarono quel poco che era loro su un vecchio carro e si avviarono verso il nuovo pode­re. Due giorni di viaggio con soste per far mangiare e abbeverare i buoi. La notte la passarono nella stalla di un contadino che conoscevano. Questi diede ricovero ai buoi e fece posto per loro nella stalla. Lui, la madre e gli altri tre fratelli si stesero sulla paglia pulita, co­prendosi con una copertaccia che il contadino aveva portato, il padre si tolse la giubba e la stese in terra, ma dormì ben poco. Passò diverse ore a parlare con l’uomo che gli aveva dato riparo nel retro della stalla dove si teneva paglia e fieno. Dovevano avere del vino perché si sentiva il contatto di una bottiglia sull’orlo di un bicchiere e dovevano sicuramente discutere di cose importanti perché parlavano a bassa voce. Sentiva il padre che raccontava della disdetta, del padrone che l’aveva cacciato perché s’era intestardito a mandare a scuola i figli invece di portarli nei campi o affidarli al pastore che aveva bisogno di servi. All’inizio pensava che il padrone scherzasse – era un tipo scherzoso che amava bere e farsi quattro risate con i contadini – ma dovette poi ricredersi. Su quella maledetta lettera che gli aveva inviato, con tanto di bolli, che dovette far leggere al prete perché lui era analfabeta, c’era scritto che a fine stagione il rapporto di mezzadria aveva ter­mine e aggiungeva un elenco di lavori che non aveva svolto a regola d’arte. Gli s’imputava pure il taglio non autorizzato del gelso secco, quello che stava per cadergli sulla casa. Era stato fortunato a trovare un podere, piuttosto grande, non troppo lontano dal paese e dalla scuola. Certo era un podere di collina con rese più basse, con la terra che si sfarina, e tanti ulivi da ripiantare dopo la galaverna. Tanto lavoro da fare ma a lui non faceva paura il lavoro, lo spaventava la ma­lattia e la cattiveria delle persone.

Restarono per anni in quel podere, molto più gran­de del precedente ma con la terra piena di sassi che rendeva poco e chiedeva il sangue. Gli ulivi ripresero presto a produrre ed erano la vera ricchezza, tanto che dovevano chiamare gente per la raccolta che si pro­lungava fino a Natale. La casa era poco più grande di quella che avevano lasciato e meno umida, ma quando tirava la tramontana sembrava di stare all’aperto e il focolare non tirava e affumicava la stanza dove si cu­cinava e mangiava. Il padre fece sforzi eccezionali per permettere a tutti e quattro i figli di studiare, «almeno fino alla terza media». I suoi due fratelli smisero dopo la licenza, la sorella frequentò un corso di taglio e cucito e cominciò a lavorare da sarta, lui, forse il più diligente dei quattro, ebbe modo di proseguire gli studi. Prima il ginnasio, poi il liceo e a seguire l’università.

«Diventerà avvocato» diceva il padre ai contadini, «e difenderà i nostri diritti. Finalmente dovranno ascoltarci.»

Le cose non erano andate come il padre si aspettava, il figlio si laureò con il massimo dei voti, ma entrò a lavorare in uno studio che difendeva gli agrari, che si occupava di disdette e di alienazioni. Cercò di non far mancare nulla ai suoi familiari ma non prese mai le difese dei contadini, anzi, più di una volta fu lui a determinare la cacciata di intere famiglie che magari conosceva bene.

Il libro è disponibile sirettamente sul sito della casa editrice Porto Seguro Editore e sui portali online Amazon, Feltrinelli, Ibs, Libreriauniversitaria, Mondadori store, Libraccio e Unilibro.

Si può ordinare in tutte le librerie.