L’Occidente e l’Afghanistan

In queste ore in Afghanistan si sta scrivendo una storia che rischia di scompaginare l’intero Occidente. Ogni paragone con il Vietnam – a parte le dinamiche della fuga degli americani – è privo di fondamento, perché in Afghanistan si sta verificando qualcosa non previsto dall’ottimismo seriale del liberismo occidentale. Molti, nel passato, hanno dovuto levare le tende dall’Afghanistan lasciando sul terreno morti e onore (basta ricordare gli inglesi ed i sovietici), ma nel presente l’ottimismo a stelle e strisce supportato dalle nazioni europee ha subito una sconfitta senza precedenti – e la cosa non riguarda il piano militare. Ciò che nel passato era riuscito abbastanza agevolmente agli americani, cioè l’addomesticamento culturale attraverso la leva del consumismo e la distruzione o la trasformazione di valori arcaici e tradizioni (vedasi i casi di Italia, Germania e Giappone dopo la seconda guerra mondiale e subito dopo quello della Corea del Sud), non è accaduto in Afghanistan e non sta accadendo in Iraq. Per quanto riguarda il Vietnam, gli Stati Uniti lasciarono il campo ma ciò che sostituì il loro potere non fu affatto un’ideologia arcaica ma un’ideologia, quella marxista, che affondava le sue radici su principi economici, uguali e/o contrari a quelli del capitalismo: la stessa medaglia. Quindi una sconfitta militare e solo in parte economica (cosa è stato del Vietnam è sotto gli occhi di tutti). Ma in Afghanistan le cose sono andate molto, ma molto diversamente.  

Dal 2001, “secondo Costs of War della Brown University, circa 241 mila persone sono state vittime dirette della guerra e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali” (Gino Strada, La Stampa, 13/08/2021) e questi dati, che peccano molto probabilmente per difetto, non raccontano che una parte del dramma afgano. La popolazione si è trovata tra due fuochi: da una parte i talebani, portatori di valori arcaici, antimoderni – tranne per gli armamenti –, nemici dell’Occidente e della sua cultura basata sul consumo e sull’ateismo sostanziale (questo comporta un regime senza libertà in cui le donne finiscono per diventare oggetti privati della stessa immagine, quasi fantasmi neri in terre desolate, private dell’istruzione e dei diritti elementari), dall’altra parte lo stato fantoccio messo in piedi dagli americani e dagli alleati europei ha creato una borghesia opportunistica e priva di idealità, dedita ai commerci, propensa ad una rapida occidentalizzazione (Pasolini direbbe “presa da una smania consumistica”) che ha trovato la sua rappresentanza politica in Ashraf Ghani – una costruzione degli americani priva di un effettivo appoggio della popolazione afgana. Gli americani hanno altresì investito in questi venti anni quasi tremila miliardi di dollari – una cifra capace di trasformare un paese come l’Afghanistan in una terra di benessere e prosperità – mettendo in piedi un esercito che avrebbe dovuto far fronte alle ipotetiche minacce dei talebani: questo in vista di un disimpegno degli Occidentali. Quello a cui abbiamo assistito è stato lo sfaldamento dell’esercito, ben addestrato ed equipaggiato dagli americani, un crollo immediato del potere di Ashraf Ghani: le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: le armi dell’esercito afgano sono finite nelle mani dei talebani, le città hanno fatto a gara ad arrendersi, nessuno ha prestato la minima resistenza, si è instaurato un clima di terrore, soprattutto per le donne che in questi anni avevano giustamente visti riconosciuti alcuni diritti umani e civili.

La sconfitta dell’Occidente è disastrosa. Un mondo che si regge su valori arcaici, precapitalistico in campo economico, riesce a sconfiggere il mondo del consumo, del capitalismo spietato, dell’individualismo estremo, il mondo che ci è stato presentato come il migliore dei mondi possibili. La questione è molto seria ed avrà conseguenze nei decenni a venire.

Cosa potrà accadere nei prossimi anni? Gli scenari possono essere diversi, così come i protagonisti internazionali:

1) gli Usa, presa coscienza della caduta di Ghani e dello stato fantoccio messo in piedi, troveranno un pretesto per ritornare massicciamente in Afghanistan (un po’ come in Iraq con Saddam Hussein); 2) gli Usa, si disimpegnano, in nome di quell’isolazionismo che ebbe un discreto successo tra le due guerre, lasciando il campo alle due potenze che hanno sicuramente interessi nella zona: Cina e Russia; 3) la Russia, memore di come andarono le cose con l’occupazione 1979-89, potrebbe, anzi dovrebbe giocare un ruolo di primo piano nell’arginare i talebani. Ma probabilmente la strategia muscolare, molto cara a Putin, rischierebbe di creare un’altra guerra sporca da cui poi dover uscire a capo chino; 4) la Cina potrebbe essere la potenza in grado, con la solita ambiguità, di arginare l’espansione dei talebani e dall’altro di avviare una penetrazione capitalistica capace di sgonfiare il fenomeno dall’interno.

Naturalmente tutte e tre le potenze dovranno guardarsi dalle altre due. Se una combatte i talebani, le altre due forniranno armi e supporto a questi. È successo finora e continuerà a succedere. E nel frattempo assisteremo ad un esodo dal paese, alla riduzione delle donne in schiavitù, a vendette e persecuzioni di cui avremo notizia solo fin quando il clamore mediatico si spegnerà.

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