Rilettura di Tempo di uccidere di Ennio Flaiano

Ho riletto con grande interesse il romanzo Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Della prima lettura, risalente ai tempi del liceo, fine anni Settanta, conservavo un senso di inquietudine accompagnato da qualche pregiudizio politico che aveva reso il romanzo qualcosa di incompiuto, di ideologicamente ambiguo. La rilettura di questi giorni mi ha invece portato a scoprire pagine davvero ragguardevoli. La vicenda – narrata in prima persona dal protagonista, elemento da non trascurare – è ambientata durante la guerra d’Abissinia e ci propone un protagonista che non assurge mai al ruolo di eroe, anzi è addirittura privo di nome in un mondo in cui tutti, bene o male, un nome se lo portano addosso. L’assenza di nome si accompagna a quella di qualità: non è onesto, non è fedele, non è solidale, è vigliacco e terrorizzato dal mondo che non conosce, non ha rispetto per nessuno, in fondo nemmeno per se stesso. Il protagonista, assalito da un fortissimo mal di denti, abbandona l’autista del camion che è finito fuori strada e per cercare di raggiungere al più presto una città e trovare un dentista che gli possa estirpare il dente e con esso il dolore. Nel percorrere una scorciatoia, indicatagli da un operaio, finisce per incontrare Mariam, una giovane ed avvenente abissina che si sta bagnando nelle acque di un torrente. Il tenente – questo è il grado del protagonista – ha in Italia una moglie che ribadisce più volte di amare e nello zaino porta le lettere di questa corrispondenza amorosa, ma questo amore non gli impedisce di desiderare fino allo stupro la giovane indigena. Uno stupro che il tenente-narratore quasi cerca di giustificare in un presunto gioco di ruolo in cui la donna deve inizialmente negarsi e l’uomo forzarne la resistenza. Da questa violenza nasce una qualche forma di rapporto decisamente sbilanciato, in cui l’uomo, bianco e colonizzatore, ha un ruolo decisamente dominante e determinante. Più volte afferma, dopo il rapporto, di volersene andare (ottenuto il piacere nulla teoricamente lo lega alla ragazza). Avvinto dalla bellezza della donna, finiscono per passare insieme la notte, sulla scorciatoia, vicino al fiume, non lontano dalla boscaglia. Nella notte un rumore di un animale attira la sua attenzione. Impaurito impugna la pistola e segue il rumore e finisce per sparare più colpi all’ombra. Un colpo almeno, rimbalzando su un masso finisce per colpire Mariam al ventre. La ferita è devastante, almeno nel racconto del tenente, e la sofferenza della ragazza sembra essere insopportabile. A questo punto il tenente prende una decisione terribile: le sparerà un colpo di grazia per mettere fine alle sue sofferenze. Lo farà coprendole il viso col bianco turbante che portava avvolto in testa. Dopo l’omicidio, getterà il cadavere in un crepaccio e lo ricoprirà di pietre e di arbusti per impedire alle iene e agli eventuali soldati di passaggio di scoprire il cadavere e la dinamica della morte della giovane.

Questo è l’evento che muove la vicenda. Da questo momento in poi assistiamo, grazie alla straordinaria intuizione della narrazione in prima persona, alla perdita di lucidità del tenente, alla progressiva discesa all’inferno, preso in una spirale di riflessioni e costruzioni pseudorazionali, che lo conduce fino alla degradazione, fino a scavare nella voragine dello spirito umano in cui tutto ciò che garantisce impunità è praticabile, accettabile, in cui l’omicidio finisce per essere un atto non privo di dignità, se questo garantisce l raggiungimento del proprio obiettivo. A rendere ancora più tetra, disperata e totale la voragine della coscienza contribuisce il sospetto di aver contratto la peste nel rapporto con Mariam. Uno strano graffio alla mano sinistra che non guarisce e che viene puntualmente coperto con una benda, accompagna il tenente fin quasi alla fine della vicenda. La malattia, incurabile e impossibile da celare, finisce per fare da contraltare al suo desiderio di impunità: si può occultare un cadavere in un crepaccio ma non si possono celare gli effetti terribili della lebbra. La lebbra diventa quindi la condanna per un delitto che potrebbe anche restare impunito per sempre. Ma convivere con la presunta lebbra significa immaginare un mondo si segregazione dagli altri esseri umani e dagli affetti (la moglie in primis), espiare con la perdita graduale di parti corpo: una morte lenta e orribile.

Nella seconda parte del romanzo, per due volte il protagonista cerca la soluzione nell’omicidio: la prima, quando spara ad un tenente medico, senza riuscire a colpirlo; la seconda, quando sabota il camion di un maggiore, a cui ha rubato del denaro (il maggiore effettivamente morirà finendo in una scarpata, ma la morte, in questo caso, non lo turberà più di tanto). Quindi l’omicidio finisce per essere un metodo sbrigativo per liberarsi dei problemi, per risolvere la propria angoscia esistenziale e soprattutto per tacitare i fantasmi dell’inconscio, ma sono illusioni che finiscono per rendere irrecuperabile qualsiasi ritorno a una presunta normalità.

Dopo una specie di autoesilio di quaranta giorni (Gesù nel deserto?) nel villaggio vicino alla tomba della ragazza, insieme al vecchio Johannes, ascari in pensione e, si scoprirà poi, padre di Mariam, tra febbri reali, spossatezze improvvise, visite sulla tomba di Mariam per controllare che tutto sia in ordine, progetti di partenza sempre rimandati, indolenza accidiosa, aggressione da parte di Johannes, terrore di essere arrestato decide di recarsi al comando e costituirsi. Nel frattempo, dopo un tacito chiarimento con Johannes, il vecchio era riuscito a guarirgli la mano che presentava segni compatibili con i sintomi della lebbra.

Ma l’intenzione di costituirsi finisce per diventare un racconto fatto al sottotenente confidente. E questi, con naturale cinismo, finisce per “normalizzare” tutto l’accaduto: «Il prossimo è troppo occupato coi propri delitti per accorgersi dei nostri». Le parole che il tenente voleva sentirsi dire per rimuovere ogni conflitto di coscienza e tornare in Italia portandosi però dietro un fetore esistenziale che avrebbe avvertito solo lui. Che sia il sottotenente la parte razionale sopravvissuta all’ebbrezza africana?

Più volte Flaiano ha sottolineato che questo non è un romanzo sul colonialismo italiano, che la vicenda potrebbe essere trasportata geograficamente ovunque. Ma qualcosa in questa dichiarazione non mi convince e proverò a spiegare il perché. L’Africa, definita lo «sgabuzzino delle porcherie», non differente dall’«orrore» di Conrad, diventa la coscienza sporca dell’uomo bianco. Il rapporto tra bianchi ed abissini inizialmente è quello del colonialismo ottocentesco basato sulla asserita superiorità dell’uomo bianco, quindi un rapporto impari, da superiore a inferiore. Solo nella parte finale del romanzo, quando vive nello stesso villaggio di Johannes, questa imparità svanisce: è Johannes che guarisce la mano ferita del tenente, che tacitamente finisce per perdonare l’assassino della figlia, che aiuta il soldato sfinito e privo di cibo e la fine dell’imparità è segnata anche dal comportamento del tenente che finisce per curare il vecchio Johannes dopo averlo ferito con una bastonata. Se cambiassimo la cornice della guerra d’Abissinia, il romanzo sarebbe altra cosa, un inclemente psicodramma piccolo-borghese.

Non è semplicistico affermare che Tempo di uccidere sia il romanzo che, senza ricorrere agli stilemi dell’allora dominante neorealismo (il romanzo è pubblicato nel 1947), è riuscito a fondere l’inquietudine esistenziale, l’inconscio freudiano e il dramma politico, etnico e sociale del colonialismo italiano ed europeo.

Enrico Cerquiglini

Tag: , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: