Sandro Penna tra vita e realtà (a quarant’anni dalla morte)

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Sandro Penna ci lasciò il 21 gennaio 1977. Per ricordarlo ripropongo un mio testo del 2007. (c.e.)

Non c’è, nella letteratura italiana, un poeta che, come Sandro Penna, abbia delimitato in modo preciso e assoluto il proprio mondo poetico. Nulla, o quasi, dell’agire umano rientra negli interessi del suo universo. L’agire umano, qualunque ne sia il campo, non desta in Penna alcun interesse. Il mondo reale, con la congerie di problemi, di complicazioni, non trova spazio, se non come mondo “altro” da escludere o escludente. Da qui muove in duplice direzione. Il mondo degli uomini, o, per meglio dire, degli adulti, dei loro commerci e affanni non sollecita alcuna curiosità. Rarissime sono le “apparizioni” di adulti e tutte più o meno casuali o svolgenti la funzione prosaica di rompere l’incanto del costrutto erotico e ricondurre la vita, deprivata di ogni valenza vitale, nel viale a-poetico della realtà. Quando invece questo mondo è escludente, il Penna poeta avverte questo suo essere fuori posto (La sera la vergogna ai colmi vini / mi prese: alla taverna cosa stavo io a fare?) [da Croce e delizia]*, questa negazione del riconoscimento di sé come soggetto umano. La sua disappartenenza diventa concreta, si manifesta in disagio da cui non si esce se non con una repentina e reiterata fuga.

Solo in questo caso il buio lo garantisce, lo preserva dal pensiero di un sé confuso e diffuso in gruppi di apparentemente simili.

Non c’è  quindi possibilità di empatia tra concezioni diverse del vivere. Non c’è, né è voluta/cercata alcuna inclusione; non viene rivendicata alcuna “emancipazione”, riconoscimento o tolleranza: i due universi si muovono parallelamente senza porre possibilità di incontro, di conciliazione. Penna, qui sì primitivo, si arresta davanti alla linea di demarcazione del suo mondo: la casa (Poi lo rubò una casa) [da Poesie], famiglia più o meno sui generis (…Conobbi la normale / famiglia: padre madre indi un fratello / una mite sorella senza ciglia…) [da Appunti] che risucchia i suoi fanciulli è la fine del sogno vitale (Ferma la casa aspetta) [da Poesie], della poesia; il profilarsi all’orizzonte di una figura femminile (fidanzata, semplice ragazza, madre apprensiva) (Tu mi lasci. Tu dici “la natura…”. / Cosa sanno le donne della tua bellezza?) [da Appunti], distrugge irreparabilmente la magia estetica ed estatica, così come le voci di richiamo, di chiamata individuale, corrompono e incrinano sfigurando ogni possibile perfezione (…E poi dall’officina un grido / lungo veniva a rapirmi la mano) [da Poesie].

Tutto il reale tende quindi a destrutturare, a minare la precarietà di una costruzione vitale che si dà, aprioristicamente, per bella.

Sembra che nei versi di Penna risuoni come monito ciò che il Passeggere leopardiano ribadiva con bonaria provocazione al Venditore di almanacchi: “E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?”.

A questa bellezza, derivante da non si sa cosa, Penna aderisce testardamente, ostinatamente, fino a instillare il senso del dubbio nel lettore. La vita è bella, ma la vita di Penna prescinde dalla realtà: è vita solitaria, O mia vita felice cui confido / ogni mia dolce pazzia solitaria [da Croce e delizia], vita che non include altri da sé.

La vita, quando diventa costruzione storica, si trasforma in realtà e non è più oggetto poetico ma qualcosa da guardare con distacco e con rispetto: “ma – afferma Garboli – era il rispetto di uno scienziato, il quale osservi, incuriosito, un gioco di fanciulli”; come un gioco inclemente che non risparmia un divenire e un senso diffuso di caducità: Sempre fanciulli nelle mie poesie! / Ma io non so parlare d’altre cose. / Le altre cose son tutte noiose. / Io non posso cantarvi Opere Pie [da Croce e delizia]. La vita penniana è invece pura luce, erotismo assoluto, in cui ogni divenire svanisce (il tempo è solo limitato agli aspetti del giorno: alba, mattina, meriggio, sera, notte), è ripetizione ossessiva e ossessionante di un tema che diventa giustificazione esistenziale. L’atto sessuale, privato della connotazione riproduttiva, l’orgasmo, diventa comunione col divino, condizione di una dimensione sovrumana, esperienza di assoluto e, come tale, viene ricercato, prodotto e riprodotto in modo continuo, sia nella vita, sia nella pagina. L’orgasmo è il fine, è il momento della riconciliazione col tutto, di un’armonia che si ricompone in una dimensione “altra” ma la sua brevità tende automaticamente a rimandarne il senso, a ritardarne la comprensione della complessità. In questa dimensione Penna si muove con una precisione da orafo, esaminando ogni aspetto che provoca in lui eccitazione, cercando di prolungarlo, di ritardare il momento topico che, inevitabilmente, una volta passato, rigetta nelle braccia della realtà, nelle sue noie e norme. Ogni orgasmo, foss’anche autoprocurato, per essere compreso nella sua essenza, deve essere deresponsabilizzato. Il rapporto omosessuale sembra prestarsi alla perfezione a questo tipo di “indagine”. È sesso puro, sterile, senza implicazioni riproduttive che rigetterebbero nella realtà ricusata, è sesso non finalizzato alla continuità della specie, quindi ideale e non “compromettente”. La vita, quindi, in Penna, ignora la realtà, anzi le si contrappone. Quando c’è la vita non ci sono le forme della realtà: non esiste società, non esiste dovere, non esiste il comandamento morale di essere bene nel mondo [da Croce e delizia], non esiste futuro. L’eccitazione e l’orgasmo sono ricongiunzioni. Se di ricongiunzione numinosa trattasi è di un numinoso che si manifesta al di là e contro la realtà; un numinoso riconoscimento della vanità del tutto, del non senso che sottende la realtà. E in questo esercizio conoscitivo di sé e del senso (o non senso) gli sono compagni i fanciulli, coloro che ancora non sono entrati nella realtà, che conservano e manifestano aspetti vitali, ignari ancora del degrado in cui li proietterà “l’apparir del vero”. Proprio in questo sbarramento dell’età dei fanciulli (…Vedrò quanto è bella / la vita negli occhi di chi ha / quindici anni fanciullo, come te) [da Croce e delizia] risiede la libertà di un amore che è affrancamento da un amore continuativo e in qualche modo istituzionale e responsabilizzante. L’amore non conosce vita di coppia. È il fanciullo, il transeunte, che suscita desiderio: non il bambino, non l’adulto. L’unica variante ammessa nell’universo erotico penniano è il marinaio, l’emblema del viaggiatore, di colui che è sempre in procinto di partire, che allude sempre ad un altrove. È il vagabondo dell’eros, l’archetipo del solitario, di colui che si basta, che non necessita di un ulteriore riconoscimento sociale. Il marinaio è, più che amorale, pre-morale, come Penna. Si chiedeva una canzonetta di Dalla e De Gregori di qualche anno fa come facciano “i marinai a baciarsi fra di loro e rimanere veri uomini però?”. Questo forse è il fascino della divisa azzurra e bianca a cui Penna riconduce il suo esordio poetico e onorico.

Nel suo girovagare, nelle sue “uscite” tra vie e luoghi di un neorealismo erotizzato (e solo per questo incluso) e estetizzato, Penna sembra muoversi come un primitivo che ricerca tracce feromoniche di una possibile preda. Gli odori, la visione di escrementi, di minzioni esaltano la sua ospressiofilia e la sua coprofilia a un livello primordiale, risvegliando il suo desiderio nel riconoscimento di propri simili con strumenti pre-umani, riconoscendo in se stesso l’homo erectus, sciolto da ogni legame societario.

Nei versi si avvicendano l’operaio col suo onesto / odore di animale [da Croce e delizia]; il ragazzo che odora di mammima [da Stranezze]; i garzoni odorosi di menta [da Croce e delizia], un angelo che fra le odorose e sudice divise amava andare [da Poesie]; il dolce e rozzo amico […] odoroso di stalla [da Poesie] e visioni rese talvolta con autocensure e/o eufemismi: odore come merda secca [da Croce e delizia]; oppure: ho trovato una cosa gentile [da Poesie] che conduce al paradiso. Il paradiso / altissimo e confuso, che ci porta a bere la cicuta… [da Poesie]; e altrove: Restò nel caldo di quell’ora un caldo / odore, alcune mosche, – e io con loro [da Poesie]. In terza persona, ne La rinuncia: Nudo piegato sulle gambe usciva / dal suo corpo la cosa giornaliera [da Stranezze]. Si incontrano poi gli effluvi dei freschi orinatoi, il sentore dei pisciatoi o la visione dello zampillo fumante nella nebbia. Sgradevoli sono invece gli odori che riportano all’universo femminile: Mi persuade alla fuga un odore / triste di serva nel giorno festivo [da Croce e delizia].

Nelle “uscite” si risveglia l’atavico istinto del cacciatore primitivo che usa tutti i sensi per avvicinarsi alla preda (o predatore?). Entro nell’ombra ove si muove incerta / una figura d’uomo [da Croce e delizia]; altrove, A soffi sale sulla via un afrore / caldo da una palestra sotterranea [da Poesie]; e ancora: Come un lupo impazzito odoravo / la calda ombra fra le case [da Poesie inedite]; e nel seguire le tracce: Come è bello seguirti / o giovane che ondeggi /calmo nella città notturna [da Una strana gioia di vivere]; e a preda raggiunta: Bacio nelle tue ascelle, umidi, fieri / gli odori di un’estate che si guasta [da Poesie].

In questo stadio ancestrale si realizza il piacere, ma quando questi vanisce resta la semplice e sincera confessione alla luna: Felicità o dolore, o forse solo / l’ombra di un cane o di un fanciullo ancora / che restare non vogliono animali [da Stranezze].

 Il pensiero poetico di Penna non è avulso dal Novecento, anzi, ne incarna pienamente il carattere edonistico ed ha, in questo suo atemporale posizionamento, afferrato l’eterno presente in cui siamo generazionalmente caduti ed ha scientemente fiutato nell’aria quanto il principio di piacere, scisso da ogni legame con la realtà, fosse incombente sull’uomo contemporaneo, fino a diventare esclusivo e, potenzialmente, autodistruttivo.

Enrico Cerquiglini

* Le opere riportate tra parentesi sono raggruppate nel volume Sandro Penna, Poesie, Garzanti, Milano, 1989 (prefazione di Cesare Garbali).

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