Lavoro addio!

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La crisi economica planetaria, di cui ancora portiamo addosso ferite sanguinanti, ha avuto come principale conseguenza una diffusa deindustrializzazione in molti paesi del cosiddetto “Occidente” (occidente=occasus “declino, rovina” per dirla con Nietzsche) e a seguire una disoccupazione di massa, un deprezzamento del lavoro e, ça va sans dire, una perdita irreparabile dei diritti dei lavoratori. Che le politiche messe in atto in Europa e nel resto dell’Occidente (rigore contabile, tagli allo stato sociale, ultraliberalizzazione e interventi statali per tamponare le falle di un capitalismo rapace quanto privo di prospettive) siano state inefficaci è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo paesi – vedasi la Grecia, ma anche l’Italia sembra avviata nella stessa direzione – ridotti a vuoti simulacri, svuotati di speranza e immiseriti, in balìa di classi dirigenti corrotte e prive di scrupoli, completamente avulse dalla realtà effettuale; paesi che hanno come sola prospettiva – fermo restando il quadro politico internazionale – il sopravvivere all’istante.
Da più parti si millanta una ripresa economica, sventolando assurdi zero virgola, e seminando un ottimismo che puzza di cadavere in putrefazione. I dati sugli occupati vengono non letti ma interpretati con sottili sofismi per mascherare un disastro sociale che non ha precedenti nel secondo dopoguerra. Migliaia di aziende chiudono. Il lavoro tradizionale scompare. Proliferano negozi di cineserie, a prezzi stracciati, senza controlli sulla qualità, prodotti da lavoratori che spesso vivono in condizioni subumane. Il lavoro nero e in nero è ormai all’ordine del giorno. Ai giovani vengono offerti contratti vergognosi, anche grazie a quel capolavoro di distruzione della dignità del lavoro che è il Jobs Act. I diritti vengono calpestati ogni giorno con il ricatto di perdere un lavoro malpagato e sempre più frustrante. I sindacati hanno abdicato al loro ruolo e si sono trasformati in una casta che cerca di restare attaccata all’albero più alto della nave che affonda. La sanità – nonostante le eccellenze vantate – sembra essere riservata solo ai pochi privilegiati, per classe o per contiguità politica/familiare (quante persone muoiono perché devono aspettare mesi prima di essere operati?).
Laddove qualche azienda riprende a produrre si evidenzia un fenomeno previsto da tempo: l’avvento dell’automazione: macchine che producono altre macchine, robot che svolgono attività che fino a pochi mesi fa erano svolte da operai, robot che svolgono attività complesse anche in ambiti poco previsti (vedasi agricoltura). Un’automazione spinta che espelle forza lavoro e che garantisce profitti straordinari. Questo è solo l’avvio di un fenomeno che si realizzerà appieno nel prossimo decennio. Si realizza un sogno: l’uomo finalmente libero dalla schiavitù del lavoro! Prospettiva decisamente affascinante! Non vedremo più uomini sgobbare sotto il solleone raccogliere pomodori o altri ortaggi, non vedremo più le code alle entrare delle fabbriche alle prime luci dell’alba, non vedremo più corrieri con i loro furgoni carichi di oggetti da consegnare, lo faranno i droni, discreti, silenziosi, volanti. Tutto davvero affascinante, non è ironia.
C’è un però che interviene a turbare questo futuro libero dalla fatica del lavoro, anzi più di uno. Come vivranno le persone senza più salari e stipendi? Liberi d’assillo del lavoro saranno liberi anche dall’assillo della fame, della casa, delle utenze mensili? Oppure dovranno mendicare un pasto, magari come nell’antica Roma, far ricorso alla sportula (una donazione in natura o in denaro che i nobili romani – patrizi – distribuivano ai clienti che li andavano ad ossequiare al mattino)? Inoltre questa automazione riguarderà l’intero pianeta o si continuerà a sfruttare il lavoro tradizionale nei paesi eufemisticamente in via di sviluppo (leggasi neo-schiavitù)?
Il lavoro, come lo abbiamo inteso negli ultimi due secoli, sta scomparendo mentre il numero degli abitanti del pianeta sta aumentando in modo vertiginoso. Non dovremmo preoccuparci della creazione di nuovi posti di lavoro secondo i canoni tradizionali bensì di creare dei sistemi efficienti di redistribuzione della ricchezza (redditi sociali, integrazioni salariali, redditi di cittadinanza, o come li si vuole chiamare) e nello stesso tempo trovare sistemi per tenere impegnati questi milioni di cittadini che non avranno più la possibilità di svolgere attività lavorative. Lavori al servizio della comunità, tutela delle bellezze artistiche, del paesaggio e mille altri ancora.
La strada è segnata. Sta ora a noi. Di fronte a ricchezze smisurate avremo turbe di gente che non possiede niente, se non rabbia e frustrazione derivante dall’umiliazione di essere esclusi. Sta a noi trasformare queste turbe in persone che conducono un’esistenza dignitosa, mettendosi magari al servizio della comunità, o in turbe affamate, disposte a tutto per soddisfare i bisogni primari. Un futuro di pace sociale o un futuro di rivolte e sangue?

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