Ancora uomini-bomba, questa volta a Bruxelles

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Ancora uomini-bomba in azione. Questa volta a Bruxelles. Anche questa volta campeggia la matrice Isis/Daesh o qualcosa di simile. Ancora una volta, visto che siamo un popolo che ama le contrapposizioni manichee, nel talk show televisivi si schierano, l’un contro l’altro armati, sbavando, gli opinionisti del nulla, esperti dell’intero scibile.
Tutto un susseguirsi omelie contro e pro l’Islam, contro e pro la guerra, contro e pro l’Europa, contro e pro lo scontro di civiltà, contro e pro un po’ di tutto.
Vorrei tanto uscire da queste contrapposizioni televisive e cercare di riflettere su ciò che sta succedendo in questi tempi. È già passato un quarto di secolo da quando qualcuno decise che bisognava impartire una lezione a Saddam Hussein (dittatore spietato e sanguinario che ha goduto di alterne fortune presso le cancellerie occidentali) e quella che doveva essere poco più di una passeggiata armata per mostrare al mondo chi era il più forte si è trasformata, quasi senza soluzione di continuità, in una guerra che dura ancora. Guerra non dichiarata, missione umanitaria, esportazione di democrazia, raid punitivi, costruzione della pace: ad ognuno l’etichetta che più ama. Dopo l’11 settembre del 2001, la guerra ha assunto coloriture identitarie e religiose, una specie di difesa dei valori occidentali contro il fondamentalismo islamico (incarnato dalle sinistre figure dei talebani e del loro capo Osama bin Laden). Con Al Qaeda e l’affermazione internazionale del terrorismo islamico (decine di attacchi ad obiettivi civili in molti paesi occidentali) la sensazione di essere in una guerra strisciante è diventata più palpabile e, come spesso succede quando si alzano i toni propagandistici della guerra, la ragione è caduta in letargo.
Il terrorismo è quanto di più disumano possa esserci perché colpisce e uccide chiunque si trova, nello sciagurato momento, in quel determinato luogo e “chiunque”, nell’immaginario collettivo, è “ognuno di noi”. Checché ne dicano i politici, nelle loro recite televisive, la paura esiste: per se stessi, i figli, gli amici, ecc. e con questa paura si deve convivere quotidianamente e questa paura fa anche nascere fantasmi, fa vedere a molti in ogni musulmano un potenziale terrorista o comunque un fiancheggiatore. E questo è il frutto avvelenato della paura: non vedere nell’altro che una minaccia per sé e per i propri cari.
Ma questa riflessione fino a questo punto è volutamente parziale e come tale è inutile.
Ragioniamo un attimo: Islam e Cristianesimo hanno molte cose in comune, sono entrambe religioni monoteistiche, convinte di essere le uniche depositarie del Vero (un Vero però non coincidente) ed entrambe hanno fatto del proselitismo una missione globale. Naturalmente entrambe hanno scritto pagine di grande umanità ma anche altre raccapriccianti.
Il Cristianesimo negli ultimi due secoli ha dovuto fare i conti in Occidente con l’affermazione del pensiero laico e ne è uscito fortemente ridimensionato nelle sue aspirazioni universalistiche e nella sua identità. Molti ormai in Europa non si riconoscono più in alcuna religione e anche tra coloro che continuano a definirsi cristiani ci sono molti distinguo. La scala valoriale dell’Occidente è quindi piuttosto lontana dal coincidere con quella del Cristianesimo. L’islam invece, nelle sue storiche divisioni, è rimasto fortemente legato ai principi coranici senza grandi concessioni al pensiero laico e continua a fare ricorso alla Shari’a in molti degli stati in cui costituisce la maggioranza religiosa.
Senza negare l’importanza del confronto tra le religioni, cosa su cui si dovrà riflettere ampiamente in altri contesti, vorrei però sottolineare che il problema che ora si manifesta in modi così cruenti ha radici che affondano nell’imperialismo ottocentesco e nell’odierno neo-imperialismo. Gli stati occidentali hanno potuto crescere, da un punto di vista economico-industriale, utilizzando le materie prime di molti paesi islamici (petrolio in primis) grazie alla benevolenza di dittatori conquistata con generose forniture di armi.
Mentre i popoli occidentali, nel secondo dopoguerra, lottavano per acquisire diritti civili e sociali (welfare state) i popoli dei paesi islamici venivano tenuti in uno stato di perenne sottosviluppo in quanto i loro dittatori, appoggiati dai nostri governanti e dalle nostre aziende, utilizzavano gli utili provenienti dalla vendita del petrolio per rafforzare col terrore la loro supremazia e non certo per avviare concreti piani di sviluppo e di crescita economica e socio-culturale. E quando questi dittatori risolvevano problemi interni ai loro paesi (eliminazione di minoranze o fazioni avverse), il rispetto dei diritti umani non veniva nemmeno più citato nelle frequenti e vicendevoli visite di cortesia coi leader mondiali (accordi economici). Sembrava non fosse corretto interferire e ingerire nelle decisioni di politica interna di un partner commerciale! Anche con la Cina succede spesso la stessa cosa: guai a parlare di diritti umani, potrebbero offendersi!
Mentre questa lungimirante politica occidentale si svolgeva, tributando onori e salamelecchi a dittatori sanguinari, in Europa e in Italia era in atto un mutamento demografico senza precedenti: pur essendo aumentata l’aspettativa di vita e allungata l’età della fertilità della donna, il numero dei nati diminuiva drasticamente facendo prospettare nell’arco di pochi decenni una società di anziani e una popolazione attiva sempre meno numerosa.
L’invecchiamento della popolazione, il susseguente bisogno di manodopera giovanile e la congenita rapacità del capitalismo hanno dato la stura ad un fenomeno immigratorio di portata straordinaria che ha cambiato il volto delle nazioni europee e il mondo del lavoro. La competizione tra immigrati senza diritti, spesso clandestini, e forza lavoro europea ha finito per abbassare il costo del lavoro ma con conseguenze nefaste: da una parte i lavori manuali vengono sempre più considerati svilenti e dall’altra si è fatalmente innescata una guerra tra poveri, tra immigrati ed europei. La tanto ventilata integrazione non si è realizzata se non in casi particolari e la componente religiosa ha finito per diventare un tratto caratterizzante e discriminante. Anche laddove l’integrazione sembra avviata, le diversità culturali finiscono spesso per emergere. Non parlo di differenze di religione (molti degli immigrati sono islamici ma come erano cattolici gli emigranti italiani in America, per tradizione ma senza una fede teologicamente salda) ma di differenze culturali vere e proprie: la cultura europea ormai post-industriale si confronta/scontra con una cultura altra, essenzialmente preindustriale e atavicamente patriarcale.
Spesso gli immigrati, spinti dall’esigenza di guadagnare qualcosa, finiscono per svolgere lavori sottopagati, senza nessun rispetto delle norme di sicurezza, ben al di fuori da ciò che è consentito dalle normative italiane ed europee sul lavoro. Ed ecco che si torna a parlare di straordinari non pagati, di nuove forme di schiavitù o di asservimento ai nuovi boss del lavoro nero o grigio: lavoro ampiamente tollerato in nome di una concorrenza globale e del dio danaro.
Sempre più spesso nelle città europee assistiamo alla presenza di quartieri periferici degradati, abitati in prevalenza da immigrati, senza nemmeno una larvale presenza delle istituzioni e dei centri di aggregazione socio-culturale.
Questa coesistenza tra culture diverse genera troppo spesso attriti e fa sorgere negli abitanti il sospetto, spesso reale, che lo stato li abbia abbandonati o li consideri cittadini di seconda o terza categoria.
Questi veri e propri ghetti generano un profondissimo disagio sia tra i cittadini europei che tra gli immigrati che vi si trovano a vivere. L’emarginazione è palpabile. Abitare in certi quartieri vuol dire convivere con la micro e la macrocriminalità, in zone dove vige la legge del più forte, senza le minime garanzie necessarie allo svolgimento della vita quotidiana, significa anche veder precluse molte delle opportunità che un sistema democratico dovrebbe garantire a tutti.
Ghettizzazione e autoghettizzazione finiscono per fondersi in una miscela di odio, di rivendicazioni, di radicalismi religiosi che forniscono a volte il materiale umano a chi vuol distruggere un mondo che esclude e che propone stili di vita basati sull’ostentazione di una ricchezza negata ai più.
Nel frattempo il quadro internazionale, dalla prima guerra del Golfo (1990) ad oggi, ha visto una continua escalation di violenza nei paesi medio orientali (Nord Africa, Afghanistan e Pakistan compresi) a cui non è affatto estraneo il mondo occidentale. Quanti morti ha prodotto la famigerata “esportazione della democrazia”? Quanti di questi morti erano innocenti? Quanti erano i terroristi talebani di Al Qaeda?
Come se non bastasse, nella tragedia mediorientale si è venuto a creare, con complicità ancora tutte da appurare, un presunto Stato islamico (Isil/Isis/Daesh) che si è autoproclamato “califfato” (termine che evoca una ideale luogotenenza in nome di Maometto) e ha avviato una guerra violentissima che, in nome di un presunto dio, compie eccidi e invita a compiere attentati in tutti i paesi del mondo; fa proseliti attraverso i nuovi mass media, utilizzando tecniche di comunicazione modernissime: video in puro stile videogame, minacce deliranti tese, più che a intimorire il mondo, a reclutare nuovi tagliagole, nuovi aspiranti suicidi. Rimestano nel disagio, anche psichico, per rendere insicura la vita non solo nelle città occidentali ma nel mondo intero.
Negli ultimi mesi, quasi tutti i paesi hanno conosciuto il fenomeno dei “foreign fighters”: cittadini residenti in Occidente che vanno a combattere per la causa dell’Isis o Daesh in Siria e/o in altri stati mediorientali o nordafricani. Spesso questi foreign fighters, dopo un periodo nelle zone di guerra, tornano in Europa con l’obiettivo di reclutare nuovi combattenti e/o organizzare attentati come quelli di Parigi o di Bruxelles. E l’humus che nel frattempo si è creato in alcune città europee sembra essere ideale per far proseliti e creare veri e propri assassini-suicidi pronti a colpire nel mucchio ricorrendo anche all’autoesplosione per essere più micidiali nel centrare il loro obiettivo.
In conclusione di questa nota vorrei condividere alcuni miei dubbi e domande:
Lo scontro di civiltà a cui invitano i nazionalisti europei, tra un drink e l’altro, non è forse quello che vogliono i terroristi?
Si può togliere l’ossigeno all’Isis/Daesh acquistandone sul mercato nero il petrolio che estrae e continuando, in barba a tutti i divieti internazionali, a vender loro armi?
Si possono risolvere i problemi che l’occidente ha contribuito a creare con una missione militare occidentale?
Si può considerare ogni islamico come un potenziale terrorista?
Si può pensare di integrare le persone discriminandole?
Si può pensare di sconfiggere un gruppo di assassini fanatizzati rinfocolando assurdi nazionalismi di cui non si sente affatto la mancanza?
Può l’Occidente continuare a creare dittatori sanguinari per alimentare la propria economia nel disinteresse assoluto per le sofferenze dei popoli?
Si può in nome di un buonismo senza capo né coda fingere di non vedere i problemi che sorgono quotidianamente nelle nostre città?
Possiamo rinunciare alla laicità (seppure parziale) dei nostri ordinamenti democratici per non urtare la sensibilità di minoranze religiose?
Si può tollerare la microcriminalità nelle periferie alla stregua di un ammortizzatore sociale?
Legalità e laicità sono conquiste che hanno richiesto lotte secolari dei nostri predecessori; si possono barattare in nome di una presunta pax religiosa?
Oppure pensiamo che una bella guerra con milioni di morti possa davvero risolvere tutto?

Sembra che la politica abbia questa dote di creare un groviglio di problemi che alla fine per uscirne si debba necessariamente ricorrere alla guerra. Certo una politica così subalterna alle forze economiche ha ben pochi margini di autonomia e il rischio di un ricorso alla guerra come affare economicamente vantaggioso sembra essere alle porte; ma dopo la guerra, dopo aver seppellito e pianto i morti, avremo davvero risolto i problemi o avremo creato nuovo odio e alimentato desideri di vendetta?
Ho sempre creduto che l’unica guerra davvero vinta è quella evitata. Le guerre si evitano non con la debolezza dei compromessi al ribasso ma con la forza dell’intelligenza e con il coraggio di correggere gli errori commessi.

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