Un grande poeta dialettale: Ezio Valecchi

Un grande poeta dialettale: Ezio Valecchi

di Enrico Cerquiglini

Non capita tutti i giorni di imbattersi in un poeta dialettale. Di poeti che scrivono in dialetto ce n’è Valecchi1anche troppi in giro, ma di poeti dialettali – che usano il dialetto in quanto loro lingua madre – se ne incontrano davvero pochi. Ezio Valecchi è uno di questi ed è, per quanto sappia, l’ultimo grande esponente di quella poesia popolare in dialetto che ci viene dal mondo contadino. Ezio Valecchi è nato il 22 giugno 1923 a San Lorenzo di Trevi, primogenito di una numerosa famiglia contadina, ha frequentato la scuola fino alla terza elementare per poi essere avviato al lavoro dei campi.

Dopo una breve parentesi di emigrazione in Francia, ha partecipato attivamente alle agitazioni sindacali per l’emancipazione del mondo contadino. Dalla metà degli anni Settanta del Novecento, proprio quando il mondo contadino e agricolo in genere si avviava al tramonto, Valecchi ha cominciato a comporre poesie nel suo dialetto, lo spoletino, ed ha cercato di ricostruire un mondo in via di estinzione. In vent’anni ha pubblicato cinque volumi di poesie: Che ci ha ‘sto sole che non cala mae (1979), A tutta callara (1983), Scantafàole (1989, con prefazione di Giovanni Moretti), A crepapelle (1993) e ‘Ccostu lu focu… (1998), un volume sui soprannomi: I soprannomi di Spoleto e dei suoi dintorni (2006), e un calendario-libro: La misticanza (2008). Questo calendario, oltre ad avere la struttura tradizionale con la suddivisione per mesi, riporta per ogni pagina una foto di vita contadina e otto testi poetici.

La forza di questo grande poeta dialettale sta nella cifra ironica e nel rigore linguistico cheValecchi3 caratterizzano i suoi testi. L’ironia è l’arma del mondo contadino, un mondo di sofferenza e di miseria, di soprusi subiti, di umiliazioni e privazioni. Valecchi sa ridere dal fondo di una saggezza millenaria che armonizza la vita umana ai ritmi della natura, agli strumenti semivocali, che sono fratelli di sofferenza, e con il sorriso, l’arguzia e la battuta salace riesce a riscattare il degrado, a dare dignità alla massa di umili, aiuta a sopportare il peso di un’esistenza durissima.

Una poesia scabra, a volte dura, poco incline ad una musicalità “colta”, vicina semmai alla tradizione dei cantastorie, dei narratori improvvisati, dei facitori di satire ma proprio in questa rudezza formale sta la grandezza di questi versi, l’unicità che si sottrae a qualsivoglia tentazione letteraria.

Valecchi è l’ultimo poeta contadino, ha ancora centinaia di poesie nel cassetto: un tesoro che è patrimonio culturale di un popolo e che tenerlo inedito è un reato, un crimine contro l’intelligenza.

Valecchi2

I volumi che il poeta ha pubblicato sono praticamente introvabili e chi ne ha una copia la tiene come una reliquia, nessuna casa editrice degna di questo nome si è fatta avanti per pubblicare l’opera omnia di Valecchi e, purtroppo, anche le istituzioni locali e nazionali latitano. Perché? Non lo so più, o lo so fin troppo bene.

Sicuramente ritornerò a parlare di Ezio Valecchi e della sua straordinaria avventura poetica e spero di farlo con maggiore profondità, con un piglio meno improvvisato.

ValecchiCalendDa La misticanza, Calendario 20o8 di Ezio Valecchi

ONOR DI LUCCIOLA

Doppo avé lampeggiatu ore e ore
io pora lucciola, m’ero straccata,
e allora senza fa tanto rimore
atterrai su ‘na ripa de ‘na strada.

E dicetti: – Che postu! Qui è ‘n’amore!
Mo ce campeggio tutta la nottata.
Però vojo smorzà ‘a lampeggiatoja
perché sennò me piono pe’ ‘na troia.

GUERRA A LE SORCHE

Io c’iò ‘na casa vecchia e scarzarosa
che ci abbito da quanno che so’ natu,
co’u macazzin ·tuttu crepacciatu
che ‘e sorche me sse magnano ‘gni cosa.

Creono ‘na puzza disgustosa,
che te ‘mpidisce d’artirà lo fìatu,
e allora, per fa’ fronte a quistu statu
ricorrerò a un ‘esca velenosa.

Pe’ stricà quelle feracce sporche
se trovasse un prodottu micidiale,
ce jirrìo a piallu a Novejorche.

Stamatina j’ho chjestu a lu spezziale:
Che c’hai la medicina pe’ le sorche?
Dice: – Ma perché te stonno male? –

CREMENTE E LU FRUTTAROLU

Dice: – Oh, benvenutu Sor Cremente,
qui trovi ortaggi, frutti e tanti odori
da i dieci, cento, mille e più sapori,
allora dimme, non te serve gnente? –

Dico: – Ebbé io so un criente
che me servono sulu i pummitori:
un chilu pocu fatti per magnà
e ‘na cassa trafatti per tirà! –

C’EMO TUTTI DU’ POPOLI

Appena un papa se comincia a ‘mmalà
tutti l’abbitanti de la terra
che una credenza in Dio rinzerra,
se trovono d’accordu per precà.

Ma datu che tra st’esseri ci sta
chi vorrebbe la pace e chi la guerra
certi pregono per fallu agguarì
cert’antri, ‘mmece per fallu murì!

CARGI E CARGIU

Essendo fiju d’un contatinu natu
sia ‘lla li campi che drento le stalle
dai somari, le vacche e le cavalle,
non ve so dì li cargi che ho piatu.

Non basta, quanno stìo a fa lu sordatu
rimediao da lu marescialle
diversi cargi in culu e su le palle
che arvinni a casa menzu scucinatu.

Ieri, mentre licao certe vite
co’ li liacci soliti de sargiu,
cascai per terra co’ e cianche ‘rranchite.

Mannassimo a chjamà il dottor Vergiu
che me dicette: – C’iai l’ossa finite,
che te prescrivo ‘na cura de cargiu. –

LA PREGHIERA DE UN RICCU

Signore mia, te devo ringrazzià
perché con tutti sti possedimenti
me do’ a lu sciupu e a li divertimenti
che me sento comme a dì… un pascià.

Ma se tu me duvissi condannà
pell’avvenire a duri patimenti,
sfochete co’li pori disgrazziati
che quilli a tribbulà so’ abbituati.

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