“non mi adatto a portar le catene”: De Andrè 10 anni dopo

“non mi adatto a portar le catene”: De Andrè 10 anni dopo
Fabrizio De Andrè
(Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999)

Credo fosse il ’75 o il ’76, tra i tredici e i quattordici anni, quando ascoltai per la prima volta le canzoni di Fabrizio De Andrè, da qualche radio libera umbra – allora erano libere ma libere davvero, senza sponsor e playlist precompilate da discografici e magnaccia del settore -; di un brano, il primo che mi sembra di ricordare, mi impressionò per un distico: “non si risenta la gente per bene / se non mi adatto a portar le catene” (Il fannullone). Un’illuminazione per chi come me ha sempre sentito le convenzioni sociali come catene neganti ogni possibilità di movimento, di rapporto umano e diretto. E De Andrè, insieme ad altri che chiamavano cantautori, cominciò ad essere un confidente ideale, un amico “più grande” a cui chiedere consigli di libertà e di vita. Mi sembra ancora di risentire quelle radio mal sintonizzate, il cui segnale arrivava distorto o a tratti, e il mio vecchio registratore che risucchiava interi programmi di canzoni d’autore e di rock da riascoltare fino alla smagnetizzazione o alla rottura irreparabile del nastro. Cominciai ad ascoltare De Andrè, a comprare con i pochi soldi che avevo qualche musicassetta, a farmene doppiare altre da amici fino a costruire una discografia completa, un ideale percorso condiviso. Il mondo giovanile sembrava diviso tra chi ascoltava cantautori e chi la canzone di puro intrattenimento. Ricordo ancora, con una punta di malcelata nostalgia, le discussioni sulla canzone impegnata e sulla qualità dei testi. Discussioni che si svolgevano sugli autobus, davanti ai primi bicchieri di vino e nel fumo di sigarette che ormai non esistono più. Battisti o Guccini? Baglioni o De André? Cocciante o De Gregori?

E De André, insieme a Guccini e Gaber, divenne un punto di riferimento, di riflessione costante, una colonna sonora della mia adolescenza che si alternava ai Pink Floyd, ai Deep Purple, ai Rolling Stones, ai Jethro Tull, a Lou Reed, a Dylan… Ed ogni ascolto diventava scoperta di senso, suggerimenti di letture e approfondimento. Ho scoperto in quegli anni François Villon, Edgar Lee Masters, Cecco Angiolieri, i vangeli apocrifi con Fabrizio, Cenne de la Chitarra, Folgore da San Gimignano, Omar Khayyam, Roland Barthes, Hemingway e Schopenhauer con Guccini, Esenin con Branduardi… ho imparato a discernere molte cose grazie a queste canzoni che sentivo mie perché dicevano ciò che avevo dentro e faticavo ad esprimere.

Con Guccini ho conosciuto il canto epico, la tradizione dei cantastorie attualizzata, con Gaber l’ironia lucida e dissacrante, con Jannacci il canto surreale, stralunato ma drammaticamente intriso del presente, con De Gregori il simbolo come si appresenta alla coscienza, ma De Andrè, come Pasolini, mi ha fatto scoprire l’umanità senza eguali degli ultimi, la loro vitalità dirompente e disperata e lo ha fatto senza il moralismo pietistico di Manzoni o di Verga, con uno sguardo libero, sgombero da ogni ipocrisia.

Per la prima volta trovavano dignità nel panorama della canzone italiana prostitute, alcolisti, suicidi, gay, transessuali, matti, malati di cuore, blasfemi, resistenti, immigrati, banditi, indiani, pastori, ecc.: tutti coloro che in modo spesso istintivo si sono sottratti anche al controllo sociale primario e si muovono sentimentalmente nel mondo, senza ipocrisie, sorretti da grandi passioni, travolti dalle stesse ma infinitamente umani, vivi, vicini nella carne e nel sangue: i “non riconducibili” nel recinto borghese e sono figure che assurgono ad una nobiltà che il borghese non ha e non potrà mai avere, quel borghese che è il “vecchio professore” de La città vecchia, il giudice de Il gorilla (preso in prestito, tradotto e adattato da Brassens), il giudice di Storia di un impiegato, l’avvocato amante di Princesa, i “trafficanti di saponette” e il “ministro dei temporali” de La domenica delle salme, che si realizza in un sostanziale schiacciamento sulle posizioni del potere, qualunque esso sia, seguendo una falsa morale e trasmettendola con i crismi ufficiali dell’ipocrisia, di chi sa che sta raccontando balle per asservire e dominare il prossimo.

Cogliere le vite e entrarci dentro con mente libera da pregiudizi era la grande dote di Fabrizio, una dote che lo accomuna a grandi poeti come Saba e Pasolini.

Di Fabrizio non si può tacere l’avversione al potere, a qualsiasi potere, specialmente quando il potere per autolegittimarsi ricorre a favole e devastanti religioni che giusticano la schiavitù, lo sfruttamento, la sofferenza, l’imposizione, l’impostura, il furto e la guerra in nome di un presunto Dio.

Non mancheranno in questo decennale della scomparsa tentativi di appropriarsi dell’opera di De Andrè: sia i “ministri dei temporali” che i becchini dell’ideale si contenderanno un pensiero che li accomuna nell’identità di avvoltoi e sciacalli, incuranti del ridicolo di cui si copriranno. De Andrè non è digeribile dal potere: “non esistono poteri buoni” cantava ne La mia ora di libertà e ogni tentativo di strumentalizzare il suo pensiero lo dimostrerà inequivocabilmente.

Non voglio qui entrare nell’idiota disquisizione tra poesia e canzone d’autore – sarebbe tra l’altro inutile e non solleciterebbe che prese di posizioni sterili e ammuffite – ma ritengo che molti dei testi

di Fabrizio De Andrè, come La domenica delle salme, siano tra le cose migliori in assoluto che hanno visto la luce nell’Italia di questi ultimi cinquant’anni. Un testo civile e disperato, unico.

Dieci anni sono passati dalla sua morte eppure le sue canzoni circolano e conservano una forza ancora intatta, molti ragazzi le ascoltano e si ritrovano nei suoi versi, nel suo diretto e non mediato dissentire, scavare, interrogare il “vero” ufficiale per mostrarne le ipocrisie portanti, e ripetere candidamente che “dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fiori”.

Enrico Cerquiglini

Discografia

Tutto Fabrizio De Andrè (1966) – Volume I (1967) — Tutti morimmo a stento (1968) – Volume III (1968) – Nuvole barocche (1969) – La buona novella (1970) – Non al denaro non all’amore nè al cielo (1971) – Storia di un impiegato (1973) – Canzoni (1974) – Volume 8 (1975) – Fabrizio De André (1976) – Rimini (1978) – Fabrizio De André (Indiano) (1981) – Creuza de mä (1984) – Le nuvole (1990) – Anime salve (1996) – Mi innamoravo di tutto (1997) – In direzione ostinata e contraria (2005) – In direzione ostinata e contraria (vol.2) (2006).

Da Storia di un impiegato (1973)

Sogno numero due

Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.

Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l’aorta e l’intenzione,
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell’ultima emozione
quando uccidevi,
favorendo il potere
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa
della loro celebrazione.

E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge
quello che non protegge
la parte del boia.

Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio
quello della mia
è l’indice,
eppure anche tu hai giudicato.

Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato
il potere ti è grato.

Ascolta
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?

Da Le nuvole (1990)

La domenica delle salme

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile seguirlo

il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento

riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento

I Polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare

i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno

la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo

la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista

La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del ‘’tua culpa’’
affollarono i parrucchieri

Nell’assolata galera patria
il secondo secondino
disse a ‘’Baffi di Sego’’ che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l’amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro

il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta
poi ci mandarono a cagare
voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avete voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta

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